Recensioni

La variante Moro

Due personaggi misteriosi di cui sappiamo poco o niente si sfidano in una partita a scacchi. La regola è una sola: chi perde un pezzo paga pegno raccontando un episodio di una storia più grande alla quale l’altro è interessato. Da un lato c’è il sequestro di Aldo Moro, dall’altro l’operazione Condor e le attività di sostegno alle dittature latinoamericane. Da un lato ci sono i corpi crivellati di colpi della scorta del Presidente in via Fani, dall’altro ci sono le sordide attività statunitensi in America Latina con l’unico intento di opporsi strenuamente all’avanzata o al nascere del comunismo nel subcontinente. Al bianco che racconta dell’America Latina e al nero che sa molte più cose di quanto non sembri sul sequestro Moro interessa approdare a svelare il mistero delle loro storie. Sembra che entrambi custodiscano l’ultimo tassello della storia che ciascuno tenta di districare ed entrambi sembrano ruotare intorno ad un’unica persona: Giustino De Vuono, un calabrese affiliato alla ‘ndrangheta che operò tantissimo in Sudamerica e che alcune foto vorrebbero presente sulla scena del rapimento in via Fani, al fianco dei brigatisti. Che ci faceva uno ‘ndranghetista coi brigatisti? Che ci faceva uno ‘ndranghetista tra le dittature di mezza America Latina? Perché Moro è stato ucciso? Ma davvero i Brigatisti hanno ucciso Moro? Che ruolo hanno avuto la Loggia massonica P2 e Licio Gelli, la ‘ndrangheta e la CIA, Andreotti, Cossiga e la SIP? (“Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro”.) In questa Storia, come una grande partita di scacchi, vale il detto di Omar Khayyam: “Noi non siamo che pedine degli scacchi, che son facili a muoversi proprio come il Grande Giocatore di scacchi ordina. Egli ci muove sulla scacchiera della vita avanti e indietro e poi in scatole di Morte ci rinchiude di nuovo”…

Il sequestro Moro resta uno dei tanti misteri d’Italia, forse il più oscuro. Troppe coincidenze, troppa gente coinvolta, i servizi segreti che probabilmente conoscevano già da tempo l’intento dei brigatisti impediscono di liquidare il fatto come un semplice, maldestro tentativo di aprire la strada alla dittatura del proletariato. Una giustificazione per tanti. Non una giustificazione per tutti. Tante domande si accalcano all’orizzonte, perché la storia è ancora piena zeppa di buchi, storture, amnesie, pezzi mancanti. Elena Invernizzi si inventa questo intelligente escamotage narrativo per riproporci ancora una volta una storia tutt’altro che chiusa, una partita niente affatto finita. Nell’altalena coerente tra via Fani e l’America Latina si giocano le sorti non solo delle persone, ma anche delle idee: la teoria che Moro sia stato ucciso perché il compromesso storico coi comunisti faceva troppa paura si ascriverebbe tranquillamente in quel quadro ossessivo della strategia anticomunista tramata degli Stati Uniti. Ed ecco quindi che il nesso tra Aldo Moro, l’operazione Condor e le dittature latinoamericane finanziate coi soldi della CIA non sarebbe poi più così peregrino. Questo legame tra l’Italia e l’America Latina in quegli anni Settanta è tenuto saldo dalla biografia di personaggi più o meno oscuri, più o meno volatili; rossi che hanno avuto implicazioni importanti nello sviluppo della strategia della tensione in Italia e poi hanno riparato con un nuovo nome ed una (quasi) nuova verginità in Argentina, Paraguay, Uruguay, Nicaragua; neri che negli stessi posti ci sono andati come “expertise” paramilitare nell’esercito della salvezza anticomunista, a fomentare le incendiarie dittature manovrate da Washington; poteri forti terrorizzati da segreti inconfessabili che sarebbero rimasti al sicuro per sempre solo se la figura di Moro fosse stata definitivamente liquidata. Qualcuno potrebbe chiedersi se vale ancora la pena scrivere sul caso Moro, se non si sappia già tutto quello che fosse possibile sapere, se sia ancora necessario rinvangare storie vecchie di quasi quarant’anni. Vale la pena, perché la storia non è ancora finita ed è brutto e ingiusto lasciarla a metà, com’è brutto e ingiusto lasciare a metà una bella partita di scacchi che sappiamo già avere epiloghi interessanti.

PUBBLICATO DA ROMINA ARENA su MANGIALIBRI

 

 

La variante Moro. Tra via Fani e il Plan Cóndor

Cosa hanno in comune la cosiddetta operazione Condor ed il sequestro di Aldo Moro? In che modo si può procedere in parallelo nella narrazione degli eventi fino ad individuare un possibile punto di convergenza?
Ci dà una possibile risposta “La variante Moro”, scritto da Elena Invernizzi  per Round Robin.
Utilizzando l’efficace pretesto narrativo di una partita a scacchi tra due misteriosi personaggi, l’autrice affronta due argomenti apparentemente scollegati: l’eccidio di Via Fani ed il conseguente sequestro Moro, e le attività degli Stati Uniti in Sud America per contrastare l’avanzata del comunismo. I protagonisti della partita svelano gradatamente le loro conoscenze dei fatti, e l’analisi non risulta mai banale, in particolare su Via Fani. Un esempio di sintesi significativo, perché la semplice esposizione dei fatti rende palese la dimensione del segreto ancora oggi custodito su quanto avvenne il 16 Marzo del 1978. A metà strada tra un saggio ed un lungo racconto, il libro percorre un itinerario coerente, che conduce ad una delle figure più sfuggenti dell’affaire Moro, quel Giustino De Vuono che tanto operò anche in Sud America, appunto.
Come ricorda nel libro la Invernizzi, secondo lo storico Aldo Giannuli accertare la presenza di De Vuono in Via Fani mette in discussione l’intera lettura ed interpretazione del sequestro, perché Mario Moretti dovrebbe innanzitutto spiegare in che modo le Brigate Rosse entrarono in contatto con il calabrese. Fu veramente lui il formidabile killer che sparò la maggior parte dei colpi durante l’agguato? Era lui il calabrese immortalato nelle foto scattate poco dopo l’eccidio e misteriosamente scomparse dall’indagine?
L’opera di Elena Invernizzi ha elementi interessanti, è originale, e costituisce un approccio diverso per informare chi non conosce i fatti. A suo modo rappresenta un valido antidoto all’oblio del “tutto noto, niente da rivelare”.

PUBBLICATO DA DOMENICO GELUARDI su OSSERVATORIO

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